Le comunicazioni sulla 2182 kHz

“Stiamo aspettando qui… Nessuno ci sente!”

Fino ad ora ci siamo occupati di analizzare le comunicazioni del canale 16 VHF, ove avvenne la maggior parte del traffico di emergenza nella notte del 10 Aprile 1991. Tutte le imbarcazioni di grande stazza dispongono anche di trasmettitori in onde medio-corte, in grado di raggiungere distanze maggiori rispetto agli apparati in VHF e sempre in grado di contattare le Capitanerie di Porto e le stazioni Costiere del Ministero delle Comunicazioni per l’invio di telegrammi o per effettuare traffico telefonico (prassi ad oggi molto rara a causa dell’avvento del sistema IMMARSAT). La frequenza di emergenza per le onde medio corte è la 2182 kHz. Fino ad oggi nessuno si era preoccupato di andare a riascoltare le comunicazioni del canale in onde corte o meglio, la versione ufficiale fornita dagli inquirenti è stata “non vi è stata nessuna comunicazione di emergenza la notte della tragedia sul canale ad onde medio-corte”. Lo studio tecnico Bardazza, incaricato dai figli del comandante del Moby Ugo Chessa di approfondire gli aspetti tecnici della tragedia, è riuscito, dopo numerose richieste, ad ottenere una copia dell’audio registrato sulla pista relativa alla frequenza 2182 kHz in quella notte. Sono le ore 22,56 circa: sono passati 31 minuti dal terribile scontro tra il traghetto Moby Prince e la petroliera Agip Abruzzo. E’ proprio sulla 2182 kHz che viene registrata una voce…

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“Stiamo aspettando qui… stiamo aspettando qui ma nessuno viene ad aiutarci” “…qui non ci sente nessuno!”

La comunicazione non è chiara, è fuori frequenza e disturbata. Sembra inoltre che chi sta parlando abbia la bocca coperta, come se dovesse proteggersi dal fumo, magari con uno straccio o una maglietta. Questa comunicazione può appartenere al Moby Prince?

E’ opportuno, in prima battuta, migliorare l’audio della registrazione. Abbiamo diviso la comunicazione in vari spezzoni e migliorato l’audio dei singoli file. Escludendo tramite l’equalizzatore le frequenze di disturbo, è possibile comprendere diversi dettagli della chiamata: sono ben udibili le parole “stiamo aspettando qui, stiamo aspettando qui, stiamo aspettando qui ma nessuno viene ad aiutarci…” e ancora, molto disturbato, “c’è nessuno, c’è nessuno c’è nessuno… qui non ci sente nessuno…”

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Parte 1 –> “…riuscite a sentirmi almeno un po’…” “…stiamo aspettando qui!”

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Parte 2 –> “…stiamo aspettando qui… se qualcuno ci sta a sentire, non lo so io…” “…stiamo aspettando qui ma nessuno viene ad aiutarci! (esclamazione)”

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Parte 3 –> “Stiamo aspettando qui! Stiamo aspettando qui! Stiamo aspettando qui ma nessuno viene ad aiutarci! (esclamazione)”

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Parte 4 –>” ??? ??? …c’è nessuno? c’è nessuno? …qui non ci sente nessuno!”

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Dettaglio rallentato “…qui non ci sente nessuno!”

Per capire se la paternità della trasmissione possa essere attribuita al traghetto, è necessario analizzare la dislocazione degli apparati radio all’interno della nave. Il trasmettitore ad onde corte, frequenze dove è stata registrata questa chiamata, era posizionato all’interno della saletta RT, ubicata a circa venti metri dalla plancia di comando. Come sappiamo la plancia è stata la prima zona della nave ad essere investita dalle fiamme, e poco dopo le stesse si sono propagate alla sala radio. Risulta inoltre importante sottolineare che gli apparati radio sono stati trovati divelti dalla paratia in seguito all’urto e che non sono previsti apparati portatili per la frequenza 2182 kHz sulle imbarcazioni. Nel caso in cui qualcuno avesse voluto trasmettere sulla radio ad onde medio corte, si sarebbe dunque dovuto recare nel locale radio e qui, una volta acceso l’apparato (sempre che i collegamenti dell’alimentazione e dell’antenna siano rimasti integri), avrebbe potuto lanciare la richiesta di soccorso. La comunicazione ascoltata, tuttavia, non è un vero e proprio mayday, ma quasi una disperata implorazione… “stiamo aspettando qui”… “nessuno ci sente”… “c’è nessuno?…”.

Non poteva quindi trattarsi del radiotelegrafista di bordo che avrebbe ripetuto, se avesse potuto farlo, una chiamata da protocollo (così come il Mayday delle 22.25.29).

E’ possibile, a parer nostro, che il marconista Giovanni Battista Campus al momento dello scontro abbia acceso, prima di recarsi in plancia per ricevere istruzioni dal comandante, l’apparato in onde corte (sappiamo che quella radio richiede un tempo di riscaldamento di circa trenta secondi prima di poter operare) e che un passeggero o altro membro dell’equipaggio, sicuramente non avvezzo all’uso di un apparato radio, abbia trovato la sala ed abbia espresso, a modo suo ed in un estremo tentativo di farsi sentire, lo stato d’animo di quel momento. Resta da chiarire se il percorso delle fiamme abbia effettivamente permesso a qualcuno, magari dal vicino salone Deluxe, di avventurarsi fino agli apparati dopo 31 minuti dalla collisione per trasmettere quella comunicazione. La concitazione delle parole, la voce non chiara (come se la bocca fosse coperta) e l’assenza di altre navi in condizioni di emergenza in porto (al di fuori dell’Agip Abruzzo dove si alternavano il comandante Superina e l’ufficiale RT Recanatini all’apparato VHF), fanno pensare che questa trasmissione non possa non provenire dagli apparati radio del Moby Prince.

Qualcuno molto probabilmente era ancora vivo alle 22.56 del 10 aprile 1991, dopo ben 31 minuti dallo scontro. Era inoltre cosciente ed in grado di parlare, così come è rimasto cosciente fino alla mattina del giorno successivo il cameriere Antonio Rodi, che ha raggiunto il ponte di poppa della nave verso le ore 7.00 dell’11 aprile, e qui è morto bruciato dal calore dopo aver perso i sensi (vedi sezione “La prova”). Queste sono le prove evidenti che, se i soccorsi si fossero diretti da subito sul Moby, molte vite potevano essere salvate.

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